Pianificazione e paesaggio

IL GOVERNO DEL TERRITORIO

Il governo del territorio è l’insieme di azioni volte ad ottenere un ordinato sviluppo del territorio.[1] Le azioni che ne fanno parte si possono suddividere in tre fasi di intervento:

1. la pianificazione che opera mediante i piani, i quali sono strumenti che definiscono l’assetto di un territorio e operano a tempi lunghi (ad es. 10 anni) o indeterminati (ad es. i piani regolatori comunali, salvo l’obbligo di rivedere ogni 5 anni le indicazioni relative alle aree soggette ad esproprio);

2. la programmazione che opera attraverso strumenti di programmazione i quali definiscono chi, con che tempi e in che modo realizza gli obiettivi indicati dai piani e riguardano tempi brevi (generalmente uno – tre anni);

3. la gestione che è l’insieme delle azioni tese a realizzare gli obiettivi dei piani secondo le modalità e con i mezzi definiti nei programmi e consiste nel progettare le opere necessarie alla trasformazione del territorio (attrezzature e infrastrutture pubbliche), realizzarle appaltandone i lavori, gestire tali opere e i servizi connessi,[2] regolare con autorizzazioni le altre trasformazioni del territorio in modo che siano conformi ai piani vigenti.

Con una terminologia militaresca, si può dire che la pianificazione è la fase strategica, mentre la gestione è la fase tattica. Ne consegue che un piano non può essere che strategico, per cui parlare, come si è sentito recentemente, di “piano territoriale regionale strategico” sarebbe una tautologia, come parlare di acqua bagnata. Un’eccezione si ha in altre regioni in cui i piani regolatori comunali sono suddivisi in due fasi: il piano struttura: una sorta di master plan che definisce l’assetto generale e il piano operativo, detto anche piano del sindaco, che, adeguandosi alle indicazioni non modificabili del piano struttura, lo precisa anche modificando quelle previsioni (zonizzazione, norme di attuazione) che il piano struttura consente di modificare.[3] Un piano territoriale regionale non può invece che essere strategico, poiché non avrebbe senso un successivo piano operativo: l’operatività sarà data invece dai piani di grado subordinato, che sono comunque strumenti strategici per i territori che pianificano.

I LIVELLI DI PIANIFICAZIONE

La pianificazione opera a vari livelli. Si possono elencare:

· un livello regionale, mediante il piano territoriale regionale generale (PTRG, non vigente, essendo ancora in vigore il PURG – piano urbanistico regionale generale, avente le stesse funzioni), che non è direttamente operativo,[4] ma contiene disposizioni per i piani di grado subordinato; corrisponde al piano territoriale di coordinamento di cui all’art. 5 della L 1140/1942; nella nostra regione si possono aggiungere al piano territoriale regionale dei piani di settore[5] che possono costituire varianti al piano regionale;

· un livello provinciale che nella nostra regione riguarderebbe i piani territoriali provinciali di coordinamento (PTRP); anch’essi hanno di fatto la funzione di piani territoriali di coordinamento;[6]

· un livello comunale mediante i piani regolatori generali comunali (PRGC) che sono i veri piani operativi, dovendo ricorrere ad essi per sapere in ogni terreno cosa si può costruire in ciascuna parte di un territorio e con quali caratteristiche;

· un livello particolareggiato mediante piani particolareggiati (PRPC – piani regolatori particolareggiati comunali) di iniziativa pubblica o privata (questi ultimi corrispondono alle vecchie lottizzazioni convenzionate) estesi a parti di territori comunali.

A questi si aggiungono piani di tipo speciale, quali sono nella nostra regione i piani territoriali particolareggiati regionali (PTRP), estesi a parti anche vaste del territorio regionale e i piani infraregionali (piani speciali degli altri enti pubblici che ne hanno la competenza, quali ad esempio gli enti per le zone industriali).

[1] Il territorio si può definire come una parte della superficie terrestre soggetta a una giurisdizione: un territorio nazionale, regionale, provinciale, comunale o anche il territorio che un animale delimita con la sua orina. Anche l’area di un parco naturale è un territorio, essendo soggetta alla giurisdizione del parco.
[2] Per chiarezza è bene distinguere tra opere e attrezzature da una parte e servizi dall’altra. La realizzazione di una scuola è un’opera, la scuola è un’attrezzatura, l’insegnamento che si svolge in quella scuola è un servizio. Non è quindi esatto parlare di servizi intendendo le attrezzature.
[3] Nella regione Friuli – Venezia Giulia l’art. 30 della LR 52/1991 e successive modifiche prescrive che fra gli elaborati dei piani regolatori generali comunali siano compresi “gli obiettivi e le strategie, anche suddivisi per ambiti territoriali, che l’Amministrazione comunale intende perseguire con il piano per la definizione degli interventi di attuazione, nonché di revisione e di aggiornamento del piano”. Questo elaborato, che viene informalmente chiamato piano struttura nella pratica corrente, è una carta a scala minore (può essere 1:25.00 o, esagerando, 1:10.000) e non dovrebbe contenere una vera e propria zonizzazione, bensì la localizzazione delle varie categorie di zone e delle principali infrastrutture. Spesso, però, essendo redatto magari all’ultimo momento per soddisfare formalmente la prescrizione di legge, tale elaborato è praticamente una riduzione a scala un po’ più piccola della zonizzazione.
[4] Salvo i casi previsti dall’art. 5, comma 3 della legge 52/1991, in cui il PTRG “delinea … norme di salvaguardia”. Tali norme sono per loro natura vincolanti non solo nei confronti dei piani subordinati, ma anche di altri atti, quali la realizzazione di edifici o altre opere che non possono essere in contrasto con esse.
[5] Quali il piano regionale dei porti, il piano regionale dei trasporti, il piano regionale delle attività estrattive, il piano regionale dello smaltimento dei rifiuti, il piano regionale dell’assegnazione delle frequenze televisive che indica i siti in cui si possono costruire le antenne televisive, ecc.
[6] Tali piani, previsti dal Titolo III della LR52/1991 non sono veri e propri strumenti urbanistici generali, in quanto la legge prescrive che contengano solo previsioni relative al settore agricolo e forestale, al settore industriale, artigianale e commerciale di interesse comunale, la configurazione delle infrastrutture per la viabilità, i trasporti e le comunicazioni di interesse comunale.

LA PIANIFICAZIONE TERRITORIALE E L’AMBIENTE

Gli strumenti di pianificazione territoriale sono anche potenti strumenti di tutela dell’ambiente. Essi operano in due modi:

· con le localizzazioni consentono di indirizzare ogni tipo di trasformazione del suolo e conseguentemente ogni attività nelle parti del territorio più appropriate in modo da non essere conflittuale con altre attività, particolarità e suscettività:

· con le norme consentono di regolare le dimensioni e le caratteristiche degli insediamenti.

In particolare:

· l’ambiente fisico viene tutelato mediante localizzazioni evitando di consentire insediamenti residenziali o produttivi o infrastrutturali in aree soggette a fenomeni di dissesto, quali frane, scarsa portanza del suolo, possibilità di esondazioni oppure, quando tali insediamenti sono consentiti, prescrivendo le cautele necessarie (ad esempio vietando le abitazioni al piano terra in aree inondabili);

· l’ambiente biologico viene tutelato localizzando attività potenzialmente inquinanti in parti del territorio in cui non interferiscano con usi residenziali o altri usi produttivi non compatibili e localizzando gli insediamenti residenziali in aree sufficientemente distanti da attività potenzialmente inquinanti, Gli strumenti urbanistici possono poi contenere norme sulle distanze minime da adottarsi nella costruzione di edifici destinati ad attività inquinanti: ad esempio il PURG (piano urbanistico regionale generale) del Friuli – Venezia Giulia prescrive una distanza minima degli allevamenti industriali dalle abitazioni di 300 m;

· l’ambiente naturale viene tutelato anch’esso delimitando le aree soggette a tutela, quali i parchi, riserve naturali e altre categorie[1];

· l’ambiente storico viene tutelato per la parte riguardante gli immobili: edifici, nuclei e centri storici, delimitandoli come zone A[2]; inoltre sarebbe opportuno tutelare le aree di interesse archeologico, di cui si conoscono, nella nostra regione, duemila e più. [3]

· l’ambiente sociale non può avere dagli strumenti urbanistici una tutela diretta, ma beneficia indirettamente di una buona pianificazione: in un’area correttamente pianificata, e in cui siano realizzati i contenuti di un buon piano, la qualità della vita ne giova e ne giovano anche i rapporti sociali (si pensi ad esempio alla disponibilità di aree per verde e sport, alla corretta localizzazione delle attrezzature scolastiche e per la cultura, ai minori disagi se vi è una buona viabilità veicolare e pedonale).

· quanto al paesaggio, anch’esso ha bisogno di una buona pianificazione che collochi preferenzialmente le trasformazioni d’uso del suolo nelle parti de territorio che non hanno un particolare valore paesaggistico e contenga norme di buon inserimento delle nuove opere nel paesaggio.

PAESAGGIO E PIANIFICAZIONE

Se è vero che ogni strumento urbanistico dovrebbe avere contenuti paesistici, è vero anche che questi devono essere diversi secondo il tipo e il livello di pianificazione.

Si possono distinguere a questi fini tre principali livelli:

· i piani territoriali di coordinamento o di area vasta;

· i piani comunali ed anche, ove esistano (non nella nostra regione) i piani comprensoriali o intercomunali;

· i piani attuativi.

Vediamo in dettaglio quali debbano essere i contenuti di tali categorie di piani.

I PIANI TERRITORIALI DI COORDINAMENTO

Sono piani territoriali di coordinamento i piani territoriali regionali e i piani territoriali provinciali. Nel Friuli – Venezia giulia la LR 52/1991 prevede la redazione del piano territoriale regionale generale (PTRG) in sostituzione del vigente piano urbanistico regionale generale (PURG) e prevede la redazione di piani territoriali provinciali di coordinamento (PTPC) da formare a seguito dell’entrata in vigore del PTRG. I piani provinciali tuttavia, secondo i contenuti indicati dalla LR 52, non possono definirsi dei piani territoriali di coordinamento generali, ma piuttosto dei piani polisettore, in quanto dovrebbero avere la funzione di specificare le indicazioni del PTRG solo nei settori dell’agricoltura, dell’industria, dell’artigianato, delle attività terziarie e delle infrastrutture di comunicazione di interesse comunale.

La legge Galasso n. 431/1985 prescriveva che le Regioni sottoponessero entro il 31 dicembre 1986 le aree soggette a vincolo a un piano paesistico o a un piano territoriale con specifica considerazione dei contenuti paesistici e ambientali. Tale obbligo, a cui non tutte le regioni avevano adempiuto, fu confermato nell’art. 149 del DLgs 490/1999 e poi nell’art. 135 del DLgs 42/2004. Fortunatamente quest’ultimo articolo estende ora l’obbligo del piano paesistico regionale ovvero del piano territoriale regionale con contenuti paesistici all’intero territorio, riconoscendo che il paesaggio non è solo quello tutelato con il vincolo speciale, ma che ogni parte di un territorio ha un paesaggio che va comunque considerato negli strumenti di pianificazione.

L’art. 143 del DLgs 42 prescrive minuziosamente i contenuti dei piani paesistici regionali dando loro apparentemente un ruolo di piani regolatori che non possono avere. [4] Infatti i piani territoriali regionali operano a scala cartografica piccola o media, contengono una relazione e delle norme di attuazione, ma non una vera zonizzazione. L’elaborato cartografico di progetto è uno schema di assetto territoriale contenente localizzazioni di tipo puntuale[5] e di tipo lineare[6], mentre i contenuti areali non sono una vera zonizzazione, bensì dei campi di determinazione, o ambiti.[7] Possono contenere anche delimitazioni aventi valore immediato nei confronti di tutti i soggetti: ad esempio il PURG contiene i perimetri di 76 ambiti di tutela ambientale che dovevano essere recepiti entro 6 mesi dai piani comunali e producevano immediatamente un vincolo di salvaguardia. Tuttavia si tratta di casi particolari.

Da ciò consegue che un piano territoriale di coordinamento non può contenere una vera e propria zonizzazione paesaggistica, ma al più:

1. definire con simboli puntuali o areali le aree di eccezionale valore paesistico, che potrebbero anche essere diverse da quelle sottoposte a vincolo di cui all’ex legge 1497/1939;[8] in queste aree dovrebbe essere in linea di massima vietata l’ edificazione;

2. riportare eventualmente i perimetri delle aree vincolate ai sensi della L 1497;

3. delimitare eventualmente altri ambiti di elevato valore paesaggistico da assoggettare a particolari cautele nelle trasformazioni che fossero ammesse e quelli in forte degrado che necessitano di un ripristino. [9]

La cartografia può essere tanto più dettagliata quanto maggiore è la scala. Mentre un piano regionale non dovrebbe arrivare a un grande dettaglio con una carta di assetto che conviene limitare alla scala 1:150.000,[10] un piano provinciale, con una cartografia all’1:50.000, sopporterebbe un maggiore dettaglio, trattandosi comunque sempre di ambiti e non di zone.

Sarà invece opportuno che i piani territoriali di coordinamento contengano una normativa rivolta ai piani di grado subordinato, con la possibilità di contenere norme di salvaguardia vigenti subito per tutti i soggetti. [11]

I PIANI TERRITORIALI REGIONALI PARTICOLAREGGIATI (vale per il Friuli – venezia Giulia)

Nel Friuli – Venezia Giulia la LR 52/1991 al Capo III del Titolo II prevede la possibilità di redigere piani territoriali particolareggiati regionali (PTRP) e al Capo IV che tali piani possano riguardare parti del territorio regionale di particolare pregio paesistico e ambientale o destinate a parchi e riserve naturali. Insomma, per aree di particolare valore paesaggistico (oltre che per aree di altri valori ambientali) la Regione può intervenire con una categoria speciale di tali piani che potremo chiamare PTRPPA. Il concetto invero singolare e in certo senso contraddittorio di redigere piani particolareggiati di area vasta (che tali sono, come vedremo) deriva dalla vecchia LR n. 23/1968 come modificata dalla LR 30/1972 che prevedeva per i parchi dei piani di conservazione e sviluppo aventi valore di piani particolareggiati, ritenendo forse il legislatore che i parchi naturali avrebbero avuto limitate estensioni. Questo concetto è stato poi riportato nella successiva LR 11/1983 sui parchi naturali e quindi mutuato anche nella ora vigente legge urbanistica regionale 52/1991.

Sono stati avviati, ormai vari anni fa, due il PTRPPA: dell’area tarvisiana previsto dalla LR 42/1996 che ha sostituito la LR 11/83 e della costa triestina. Tutti e due risultano ancora in alto mare per la difficoltà di avere l’accordo dei comuni interessati senza il quale la Regione non li può approvare.

Caratteristica singolare di tali piani è di essere trivalenti, nel senso di operare a tre livelli:

· hanno una funzione di piani di area vasta e pertanto fungono da piani territoriali di coordinamento soprastanti agli strumenti di pianificazione, nei confronti dei quali contengono prescrizioni e criteri (art. 12 LR 52/1991, comma 2);

· possono costituire varianti ai piani regolatori, ove occorre, operando quindi per alcune parti dei territori a livello di piani comunali, o meglio di piani intercomunali (art. 12, comma 3)

· hanno contenuti addirittura di progetti preliminari di opere, con una singolare e inattuabile commistione fra strumento di pianificazione e strumento di progettazione di opere (art. 14, comma 1, lett. e).

I PIANI REGOLATORI COMUNALI

Se i piani territoriali di coordinamento hanno l’utile ruolo di contenere indirizzi, direttive e norme di salvaguardia[12] fra l’altro per le aree di valore paesaggistico (ma ogni parte di un territorio va considerata sotto il profilo paesaggistico, poiché anche quelle con scarso valore sono comunque meritevoli se non altro di essere migliorate sotto tale profilo), i PRGC sono i veri piani operativi, potendosi alla loro scala eseguire le analisi e definire le zonizzazioni, che consentono una vera e propria pianificazione rispettosa delle esigenze paesaggistiche.

La legge nazionale e la legge urbanistica regionale non impongono esplicitamente che tali piani abbiano contenuti paesistici, ma implicitamente sì, in quanto:

· l’art. 145 del DLgs 42, al comma 4, prescrive l’adeguamento dei piani di grado subordinato al piano paesistico regionale entro due anni dalla sua entrata in vigore.

· gli indirizzi, le direttive e le norme di salvaguardia che devono essere contenuti dal piano territoriale regionale ai sensi dell’art. 5 della LR 52/1991, sono rivolti anche e soprattutto alla formazione dei piani di grado subordinato, che ad esso si devono quindi adeguare; tant’è che le norme del citato PTRG non approvato contengono articoli rivolti alla formazione dei piani regolatori in modo che abbiano chiari contenuti paesistici e, sopperendo alla carenza delle leggi, indicano esplicitamente che i piani regolatori hanno il ruolo di piani paesaggistici.

Sulla redazione di tali piani in funzione paesistica si sofferma in particolare questo scritto.

I PRGC sono formati da elementi prescrittivi: la zonizzazione e le norme e da elementi non prescrittivi: quali le analisi e la relazione.

Chi redige un PTRG deve condurre prima le analisi per poi redigere le norme e la zonizzazione e la relazione che descrive le caratteristiche, le esigenze e le vocazioni del territorio studiato ed illustra e giustifica le scelte fatte.

I PIANI REGOLATORI PARTICOLAREGGIATI COMUNALI

Nel Friuli – Venezia Giulia la LR 52/1991 ha unificato le lottizzazioni convenzionate e i piani particolareggiati d’iniziativa comunale, chiamandoli tutti piani regolatori particolareggiati comunali (PRPC). La legge li distingue poi, ai fini degli iter di formazione e approvazione, in piani d’iniziativa pubblica e piani d’iniziativa privata. Possono apportare modifiche ai PRGC secondo disposizioni contenute negli stessi piani comunali e fermo restando il rispetto dei loro obiettivi e strategie. Tali piani devono essere conformi ai PRGC che dovrebbero contenere già scelte coerenti con gli aspetti paesistici, anche se, come abbiamo visto, la legge non lo prescrive. A livello dei PRPC non si possono operare più scelte localizzative (se non quelle di posizionare i volumi edificabili e gli altri manufatti nell’area interessata), ma si possono decidere le volumetrie (planivolumetrico) e fornire prescrizioni più specifiche per il rispetto del paesaggio del luogo.

[1] Con il PURG furono delimitati 14 parchi naturali regionali e 76 ambiti di tutela ambientale. Successivamente la LR 42/1996 ha indicato le seguenti categorie di aree da assoggettare a tutela naturalistica: i parchi naturali regionali (solo 4), le riserve naturali regionali, le aree contigue, i biotopi naturali, le ARIA (aree di rilevante interesse ambientale), i parchi comunali e intercomunali.
[2] Sono state inventate, anche se non previste dal PURG, le zone B0 corrispondenti ad aree che avrebbero dovuto essere delimitate come zone A, ma che, non essendo chiamate zone A, non sono soggette a piano particolareggiato e vengono quindi tutelate con le sole norme dei piani regolatori.
[3] Le norme del progetto di piano territoriale regionale generale (PTRG) redatto nel 1996 ma non più approvato prevedevano di assoggettare le aree di interesse archeologico sia a una specifica zonizzazione relativamente a quelle di maggiore importanza, sia, le altre, a una perimetrazione come ambiti sovrapposti alla zonizzazione, con la conseguente introduzione di cautele nella progettazione di opere ed edificazione.
[4] Articolo 143 Piano paesaggistico
1. In base alle caratteristiche naturali e storiche ed in relazione al livello di rilevanza e integrità dei valori paesaggistici, il piano ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli di elevato pregio paesaggistico fino a quelli significativamente compromessi o degradati.
2. In funzione dei diversi livelli di valore paesaggistico riconosciuti, il piano attribuisce a ciascun ambito corrispondenti obiettivi di qualità paesaggistica. Gli obiettivi di qualità paesaggistica prevedono in particolare:
a) il mantenimento delle caratteristiche, degli elementi costitutivi e delle morfologie, tenuto conto anche delle tipologie architettoniche, nonché delle tecniche e dei materiali costruttivi;
b) la previsione di linee di sviluppo urbanistico ed edilizio compatibili con i diversi livelli di valore riconosciuti e tali da non diminuire il pregio paesaggistico del territorio, con particolare attenzione alla salvaguardia dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e delle aree agricole;
c) il recupero e la riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela compromessi o degradati, al fine di reintegrare i valori preesistenti ovvero di realizzare nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati con quelli.
3. Il piano paesaggistico ha contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo. La sua elaborazione si articola nelle seguenti fasi:
a) ricognizione dell’intero territorio, attraverso l’analisi delle caratteristiche storiche, naturali, estetiche e delle loro interrelazioni e la conseguente definizione dei valori paesaggistici da tutelare, recuperare, riqualificare e valorizzare;
b) analisi delle dinamiche di trasformazione del territorio attraverso l’individuazione dei fattori di rischio e degli elementi di vulnerabilità del paesaggio, la comparazione con gli altri atti di programmazione, di pianificazione e di difesa del suolo;
c) individuazione degli ambiti paesaggistici e dei relativi obiettivi di qualità paesaggistica;
d) definizione di prescrizioni generali ed operative per la tutela e l’uso del territorio compreso negli ambiti individuati;
e) determinazione di misure per la conservazione dei caratteri connotativi delle aree tutelate per legge e, ove necessario, dei criteri di gestione e degli interventi di valorizzazione paesaggistica degli immobili e delle aree dichiarati di notevole interesse pubblico;
f) individuazione degli interventi di recupero e riqualificazione delle aree significativamente compromesse o degradate;
g) individuazione delle misure necessarie al corretto inserimento degli interventi di trasformazione del territorio nel contesto paesaggistico, alle quali debbono riferirsi le azioni e gli investimenti finalizzati allo sviluppo sostenibile delle aree interessate;
h) individuazione, ai sensi dell’articolo 134, lettera c), di eventuali categorie di immobili o di aree, diverse da quelle indicate agli articoli 136 e 142, da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione.
4. Il piano paesaggistico, anche in relazione alle diverse tipologie di opere ed interventi di trasformazione del territorio, individua distintamente le aree nelle quali la loro realizzazione è consentita sulla base della verifica del rispetto delle prescrizioni, delle misure e dei criteri di gestione stabiliti nel piano paesaggistico ai sensi del comma 3, lettere d), e), f) e g), e quelle per le quali il piano paesaggistico definisce anche parametri vincolanti per le specifiche previsioni da introdurre negli strumenti urbanistici in sede di conformazione e di adeguamento ai sensi dell’articolo 145.
5. Il piano può altresì individuare:
a) le aree, tutelate ai sensi dell’articolo 142, nelle quali la realizzazione delle opere e degli interventi consentiti, in considerazione del livello di eccellenza dei valori paesaggistici o della opportunità di valutare gli impatti su scala progettuale, richiede comunque il previo rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
b) le aree, non oggetto di atti e provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 138, 140, 141 e 157, nelle quali, invece, la realizzazione di opere ed interventi può avvenire sulla base della verifica della conformità alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico, effettuata nell’ambito del procedimento inerente al titolo edilizio e con le modalità previste dalla relativa disciplina, e non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159;
c) le aree significativamente compromesse o degradate nelle quali la realizzazione degli interventi di recupero e riqualificazione non richiede il rilascio dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159.
6. L’entrata in vigore delle disposizioni previste dal comma 5, lettera b), è subordinata all’approvazione degli strumenti urbanistici adeguati al piano paesaggistico ai sensi dell’articolo 145. Dalla medesima consegue la modifica degli effetti derivanti dai provvedimenti di cui agli articoli 157, 140 e 141, nonché dall’inclusione dell’area nelle categorie elencate all’articolo 142.
7. Il piano può subordinare l’entrata in vigore delle disposizioni che consentono la realizzazione di opere ed interventi ai sensi del comma 5, lettera b), all’esito positivo di un periodo di monitoraggio che verifichi l’effettiva conformità alle previsioni vigenti delle trasformazioni del territorio realizzate.
8. Il piano prevede comunque che nelle aree di cui all’articolo 5, lettera b), siano effettuati controlli a campione sulle opere ed interventi realizzati e che l’accertamento di un significativo grado di violazione delle previsioni vigenti determini la reintroduzione dell’obbligo dell’autorizzazione di cui agli articoli 146, 147 e 159, relativamente ai comuni nei quali si sono rilevate le violazioni.
9. Il piano paesaggistico individua anche progetti prioritari per la conservazione, il recupero, la riqualificazione, la valorizzazione e la gestione del paesaggio regionale indicandone gli strumenti di attuazione, comprese le misure incentivanti.
10. Le regioni, il Ministero e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio possono stipulare accordi per l’elaborazione d’intesa dei piani paesaggistici. Nell’accordo è stabilito il termine entro il quale è completata l’elaborazione d’intesa, nonché il termine entro il quale la regione approva il piano. Qualora all’elaborazione d’intesa del piano non consegua il provvedimento regionale, il piano è approvato in via sostitutiva con decreto del Ministro, sentito il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio.
11. L’accordo di cui al comma 10 stabilisce altresì presupposti, modalità e tempi per la revisione periodica del piano, con particolare riferimento alla eventuale sopravvenienza di provvedimenti emanati ai sensi degli articoli 140 e 141.
12. Qualora l’accordo di cui al comma 10 non venga stipulato, ovvero ad esso non segua l’elaborazione congiunta del piano, non trova applicazione quanto previsto dai commi 5, 6, 7 e 8.

[5] Ad esempio aeroporti, centrali elettriche, università, indicati con simboli e localizzati in via indicativa.
[6] Ad esempio viabilità principale e principali corridoi energetici indicati con linee.
[7] Le zone di piano sono aree delimitate in modo chiaro ed inequivocabile soggette a una specifica normativa vigente per ogni soggetto pubblico e privato; gli ambiti o campi di determinazione sono aree delimitate in modo indicativo e soggette a norme valide per i piano di grado subordinato che devono tenere conto di tali delimitazioni per la le loro zonizzazioni.
[8] Sarebbe logico che le parti del territorio di eccezionale valore che, come spiegherò più avanti, ho proposto di chiamare callitopi ( v. cap. 3.1.1), fossero quelle vincolate ai sensi della L 1497, ma non è sempre così, essendo le pratiche di vincolo soggette agli eventi, alle volontà e alle idee dei soprintendenti e dei funzionari delle soprintendenze che si sono succeduti nel tempo per cui, ad esempio, la laguna di Grado è vincolata e il vincolo arriva fino al confine con il comune di Marano, mentre la laguna di Marano no.
[9] Rispetto al DLgs 490/1999 che recepiva senza modifiche le due leggi paesaggistiche 1497/1939 e 431/1985, avendo semplicemente la veste di testo unico, cioè di raccolta di norme già vigenti, il DLgs 42/2204 ha apportato alcune modifiche, e fra queste, opportunamente, ha tolto la vigenza a tempo indeterminato delle categorie Galasso (fiumi, laghi, aree archeologiche ecc.) dando loro invece il valore di vincoli di salvaguardia in attesa dell’entrata in vigore dei piani territoriali regionali aventi contenuti paesaggistici. Ne consegue che se il progetto di PTRG del Friuli Venezia Giulia terminato nel 1997 conteneva l‘elenco e in parte la perimetrazione a grande scala delle categorie Galasso, un piano che venisse redatto ora conterrà la perimetrazione di aree di reale (e non solo apoditticamente presunto) valore paesaggistico, indipendentemente dalle categorie Galasso. Quindi, se laghi e fiumi entreranno probabilmente fra le aree che saranno tutelate, non necessariamente tutte le sponde di laghi e fiumi vi saranno elencate.
[10] Questa è la scala più grande a cui il territorio regionale possa essere rappresentato in una carta stampata su un solo foglio. Tuttavia un piano territoriale può contenere allegati anche a grande scala per rappresentare ad esempio aree soggette a vincolo paesistico aventi immediato valore prescrittivo in attesa di essere recepite nei piani di grado subordinato.
[11] IL CASO DEL PTRG del Friuli – Venezia Giulia
La LR 52/1991 prevede la formazione di un piano territoriale regionale generale che deve avere anche contenuti paesaggistici. Competente era il Servizio della pianificazione territoriale regionale da me diretto.
Per quanto riguarda gli aspetti paesaggistici disponevamo di uno studio contenente una classificazione tassonomica distinguente il territorio regionale in tipi e unità di paesaggio, che però non ci aiutava a dare ad ogni parte un valore paesaggistico di tipo qualitativo; non ci consentiva cioè di definire quali parti del territorio regionale fossero meritevoli di tutela e in che misura.
Ritenni che una suddivisione del territorio regionale sotto il profilo paesaggistico in base a criteri tassonomici non sarebbe stata utile a dare indirizzi per i piani di grado subordinato, per cui utilizzammo tale studio per la parte descrittiva del paesaggio regionale contenuta nella relazione di piano. Pensai di riportare in una carta all’1: 150.000 in via indicativa le aree soggette a vincolo paesaggistico di cui alla L 1497 e quelle vincolate ai sensi della 431/1985, aggiungendovi come aree di attenzione paesaggistica quelle altre parti non vincolate, ma pure di evidente pregio. Ne sarebbe uscita una carta dell’assetto paesaggistico. Il titolo di tale carta rimase, ma, per mancanza di tempo, rinunciammo a inserire le aree non vincolate di valore paesaggistico, per le quali sarebbe stata necessaria un’indagine anche sul terreno. La carta dell’assetto paesaggistico è quindi, a dispetto del nome, unicamente una carta di ricognizione dei vincoli paesaggistici non avente alcun valore pianificatorio.
La parte più importante è invece la normativa, contenente:
· l’indicazione che i piani di grado subordinato devono avere contenuti paesistici e alcune prescrizioni su tali contenuti;
· una serie di norme di buona progettazione edilizia e di altre opere che avrebbe dovuto essere recepita nei piani di grado subordinato.
Il progetto di PTRG non ha però seguito l’iter di approvazione ed è stato successivamente commissionato a un progettista esterno un progetto di “piano territoriale regionale strategico”, nella cui relazione è scritto che esso non è un piano paesistico. Insomma, a 19 anni dall’entrata in vigore della legge Galasso che imponeva alle regioni un piano regionale con contenuti paesistici, siamo ancora inadempienti.

[12] Come ERA scritto nel comma 3 dell’art. 5 della LR 52/1991del Friuli – Venezia Giulia.ora sostituita dalla LR 5/2006


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